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Gli Stati Uniti d’Europa per il lavoro e lo sviluppo sostenibile DI GIUSEPPE LUMIA

Europa sì, Europa no, Europa ni.
Fortunatamente si discute ancora di Europa. In effetti in questa campagna elettorale si vola ancora basso. Speriamo che, con l’entrare nel vivo dell’agone competitivo, emergano le grandi visioni e le profonde progettualità adatte a comprendere il cammino che il nostro Paese deve fare, dopo anni ed anni di durissima crisi, per sfruttare al meglio la ripresa e provare a mettere così le ali al sistema Paese.
L’Europa deve essere il tema centrale proprio di questa campagna elettorale, anche se può sembrare non molto popolare, bisogna avere il coraggio di “prendere il toro per le corna” e dire chiaramente quello che si pensa dell’Europa e quale idea-progetto-programma si ha del suo futuro.
Sulla critica all’Europa attuale si è sostanzialmente concordi. L’Europa è in mezzo al guado e non sta dando sicuramente una buona prova di sè. Troppo burocratizzata, poca centralità del lavoro e del ceto medio, poco spazio alle professionalità e al merito dei giovani, alle innovazioni ecosostenibili, alla cultura, ai diritti sociali e civili. Troppe ingiustizie, troppo potere finanziario e lobbistico, troppe mafie, poca sicurezza ed incapacità a gestire i flussi migratori. In sintesi: poco sviluppo equo e sostenibile.
L’Europa è tutto questo, ha anche delle straordinarie potenzialità che pochi continenti hanno, ma la vera difficoltà in cui versa l’Europa sta tutta dentro una profonda crisi d’identità e di unità. Fermarsi? Tornare indietro? Molti lo pensano, teorizzano e spingono in tale direzione: dal rifiuto dell’euro al ritorno alle centralità nazionali, attratti dalla cosiddetta Brexit inglese e dall’impostazione isolazionista e protezionista Trumpiana. “Sovranismo” ed “interesse nazionale” arricchiscono l’idea di smantellare l’Europa. La storia insegna, invece, che tornare indietro è sempre un limite e non è esagerato sostenere che sull’Europa si rischia, seguendo questa strada, un vero e proprio disastro. E’ anche poco realistico, oltre che idealmente profondamente sbagliato. Non dimentichiamo che l’Europa delle singole nazioni ha già dato una cattiva prova di sè: ben due devastanti guerre mondiali, guerre civili, disastri di tutti i tipi, sul piano sociale e nelle relazioni tra i popoli.
Tornare indietro adesso getterebbe pure l’Italia sul lastrico, come hanno dimostrato tutte le previsioni economiche serie ed attendibili. Anche socialmente e culturalmente tale prospettiva sarebbe un errore tragico. La globalizzazione, ad esempio, può essere corretta e la si può governare non chiudendosi a riccio nei singoli Stati e comunque, anche a volerlo, sarebbe impossibile. Semmai, si può orientare in termini di eguaglianza, giustizia, cooperazione, pace, rispetto dell’ambiente, solo se a guidarla sono delle macro aggregazioni di respiro continentale che mettono insieme l’energia e la forza di diversi popoli e Paesi che hanno storie e idealità comuni e che hanno fatto anche errori e hanno capito la lezione.
Per restare all’attualità l’esempio dell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico la dice lunga. La globalizzazione lasciata a se stessa ci porterebbe alla rovina dell’ecosistema mondiale, affidarsi alle dinamiche industriali dei singoli Paesi ci darebbe il medesimo risultato. Lo stesso Trump, grazie anche ad un’Europa unita e compatta su questa sfida epocale, è in difficoltà e viene costretto a riprendere almeno in considerazione regole e vincoli in grado di ridurre progressivamente, sino ad eliminare, l’uso industriale della tradizionale e distruttiva energia fossile. Potremmo fare altri esempi, dalla lotta alla fame nel mondo alla pace da costruire in molte aree del pianete, per sostenere la necessità di una grande e unita Europa al servizio di una profonda e netta sterzata della guida della globalizzazione verso l’equità, la pace e l’ecosostenibilità.
L’Europa comunque, così com’è, è bene ripeterlo, non va bene. Va presa in considerazione, pertanto, un’altra strada, opposta a quella sbagliata e impossibile del ritorno agli Stati-Nazione: spingersi avanti nel suo cammino sino a realizzare gli Stati Uniti d’Europa. Il “sovranismo” può in un certo senso essere utile, “gli interessi nazionali” pure, a patto che si evolvano in un pensiero progettuale aperto che porti decisamente verso un’Europa unita. Alcuni esempi: quanto si potrebbe risparmiare ed investire nella lotta alla povertà e all’emarginazione se si puntasse su un solo esercito europeo? Si avrebbe senz’altro più sicurezza nella lotta al terrorismo e, nello stesso tempo liberare investimenti per curare i mali che attanagliano diversi territori europei. Un’Europa unita potrebbe giocare un ruolo mondiale di cooperazione e pace nel vicino e conflittuale medio-orientale, risparmiando così tonnellate di euro di spesa pubblica che ben ventisette eserciti consumano quotidianamente. Anche nel governo della finanza e delle banche si potrebbero ottenere dei risultati capaci di riportare questi delicatissimi e torbidi settori al servizio limpido delle attività produttive e del lavoro e non più, quindi, della speculazione e delle lobby finanziarie, spesso di tipo criminale.
In sostanza, gli Stati Uniti d’Europa sono la meta che dobbiamo avere in testa e nel cuore, lavorando, tappa dopo tappa, per raggiungerla.
Proviamo a riassumere alcuni punti qualificanti della nascita degli Stati Uniti d’Europa.
1) Un Presidente europeo eletto direttamente dal popolo, un Parlamento europeo con reali poteri legislativi, una comune politica fiscale ed estera, una sola politica di difesa e di sicurezza, con una Procura Antimafia ed Antiterrorismo europea, con una sorta di FBI per i reati federali più gravi.
2) Una comune strategia nella lotta radicale all’emarginazione, per riqualificare i quartieri a rischio delle nostre città che sono diventate focolai di discriminazione, emarginazione, criminalità più o meno mafiosa e di terrorismo.
3) Un’Europa che rompe gli indugi e si proietta in un comune impegno nell’investire innanzitutto sul lavoro che manca e che cambia, sulla cultura, sui diritti sociali e civili, e sullo sviluppo sostenibile che apre le nostre società alle sfide del futuro, promuovendo più uguaglianza verso il ceto medio e più sicurezza verso i cittadini. Sono questi i veri nodi politici che vanno sciolti in senso “progressista”, senza strumentalizzazioni e senza che, per trascuratezza, siano regalati all’uso orribile di culture xenofobe, reazionarie e superate dalla storia.
Gli Stati Uniti d’Europa devono rappresentare naturalmente un cammino di libertà e di responsabilità. I giovani sono pronti a percorrerlo, mancano all’appuntamento le classi dirigenti. In Italia, nell’isola di Ventotene, seppur reclusi dal fascismo, alcuni lungimiranti politici già allora compresero che il futuro dell’Italia e degli altri Paesi europei dopo il conflitto mondiale era da ricercare proprio nell’unità europea. Quella prospettiva è attualissima e pure oggi una tale visione va coltivata, rilanciata e vissuta, anche in questa difficile campagna elettorale, con coraggio e determinazione, perchè agli elettori una proposta di tale portata va avanzata e con essi condivisa.

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