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IL FUTURO DELL’EUROPA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS di Giuseppe Lumia

Il Coronavirus, come era prevedibile, si espande anche in tutto il vecchio continente. L’Unione Europea ha fallito? Sì, in molti lo pensiamo, seppure a denti stretti, ma a buona ragione. È stata tarda nel capire, troppo molle o addirittura assente nella capacità di reazione, disintegrata al suo interno nel prendere le misure. In sostanza, ogni Paese sta camminando per conto proprio, anche se molti adesso stanno procedendo nella direzione delle scelte severe fatte in Italia piuttosto che seguire l’approccio tremendo dell’immunità di gregge del premier inglese, Boris Johnson.

Dobbiamo evitare tuttavia un fraintendimento. L’Unione Europea ancora una volta ha fallito, sicuramente ieri, ma più che mai oggi. Perché? Molti pensano che la responsabilità sia di una struttura europea che dall’alto sovrasta la volontà democratica dei Paesi aderenti. Non è così. L’Unione Europea è in mano proprio ai singoli Stati che si coordinano con un assetto sterile e inconcludente, quello Intergovernativo-Confederale. È infatti un modello che limita le potenzialità della stessa Europa e la strangola appunto nel gioco degli interessi economico-finanziari e della prepotenza dei singoli Stati. Il ritorno al passato, allo Stato-Nazione è quindi solo distruttivo e per molti versi pure illusorio.

Dobbiamo piuttosto andare avanti e gettare lo sguardo lungimirante e operativo verso la forma più evoluta: gli Stati Uniti d’Europa.

Basta considerare  l’attuale fase della Globalizzazione, così impreparata al dramma del Coronavirus, sempre più ingiusta e tesa a fagocitare ambiente, pace e umanità, in balia di terrorismi, mafie, speculazioni finanziarie e bancarie. La Globalizzazione ha bisogno più che mai di livelli di governance vasti e forti: Stati Uniti d’Europa, Stati Uniti Latino-Americani, Stati Uniti Africani e così via.

Anche all’interno dell’Europa è necessario un cambio di passo radicale. È comprensibile che, in questa difficile situazione, si diffondano atteggiamenti critici e regressivi. Ma non si può dimenticare che la convivenza in Europa, dopo ben due Conflitti Mondiali, ha comunque garantito un periodo senza precedenti di pace e di vita integrata, senza frontiere, soprattutto tra i giovani.

Dobbiamo allora abbandonare la tentazione di assecondare una fase tutta ripiegata sulla pars destruens per lavorare con maggior convinzione sulla più feconda pars costruens. Non possiamo infatti subire passivamente il fallimento dell’Unione Europea. Piuttosto, dobbiamo andare avanti verso il nuovo assetto  Federale, in modo da avere una Europa forte e autorevole perché finalmente organizzata in Stati Uniti d’Europa.

È il momento giusto per aprire una partecipata Fase Costituente per definire le materie federali e i livelli istituzionali della nuova governance.

Solo alcuni esempi:

1) la sanità, appunto, per avere linee guida e livelli di prestazioni comuni, centri di ricerca coordinati e connessi in rete, potenziamento della sanità pubblica e integrazione virtuosa pubblico e privato, universalità delle prestazioni, accesso condiviso alla formazione universitaria e alle specializzazioni;
2) un solo esercito professionale, che per quanto ben attrezzato consentirebbe di risparmiare enormi risorse finanziarie da destinare a politiche di lotta alla povertà e di riqualificazione urbana e ambientale; 
3) una giustizia federale per i reati più gravi: mafie, terrorismo, corruzione, delitti ambientali e discriminazioni, per evitare incongruenze e disparità insopportabili;
4) un solo sistema fiscale, così le imprese non sarebbero in balia di tassazioni  squilibrate, per consentire a prodotti come quelli del Made in Italy una diffusione ancor più capillare all’estero;
5) un range comune negli stipendi e nei salari, per risolvere alla radice la crisi strutturale e devastante del ceto medio-basso: questo produrrebbe certamente benefici in Italia, dove ci sono purtroppo livelli di reddito da fame;
6) una comune politica estera, per evitare di rimanere tagliati fuori dalla gestione dei conflitti anche di rilevante interesse per l’Europa, come quelli disseminati nel Mediterraneo, in modo da affrontare alla radice la gestione dei flussi migratori e per promuovere una solida strategia di pace e di cooperazione.

Di conseguenza, occorre rinnovare radicalmente anche le istituzioni europee, con un Parlamento Federale dotato di effettivi poteri legislativi, attualmente molto ridotti, e un Governo Federale scelto direttamente dal popolo, mentre oggi  è condizionato pesantemente dai singoli governi.

La svolta è ormai indifferibile: dobbiamo puntare culturalmente e politicamente, con una progettualità condivisa, agli Stati Uniti d’Europa. Solo così potremo avere un livello democratico all’altezza delle sfide drammatiche che, dal Coronavirus in poi, non possiamo e non dobbiamo più subire.

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